 |
|
Olbia ieri
Le genti greche la chiamarono Olbìa che significa “città felice”. Ed è sicuramente felice la posizione di Olbia, adagiata in una piana, ai bordi di un profondo e vasto porto naturale, lungo la costa nord-orientale dell’isola, con alle spalle un suggestivo anfiteatro di alte colline che degradano fino alla costa rocciosa. Giungendo dal mare, il panorama colpisce per la sua singolare bellezza: verso sud la sagoma imponente e maestosa di Tavolara, l’isola calcarea alta più di 500 metri, chiamata dagli antichi Romani “Hermaea” in omaggio al dio del commercio e dei naviganti. Al porto di Olbia, riparato e protetto dai venti, il più vicino alle coste della penisola, sono legate le alterne fortune della città che, nel corso dei suoi 2500 anni di storia, è stata distrutta e ricostruita varie volte ma, più o meno, sempre sugli stessi luoghi. Il territorio è stato intensamente abitato, sin dalla preistoria; il suo golfo, ben difendibile, è in una posizione ideale e strategica, con un entroterra fertile e ricco di corsi d’acqua. Il porto urbano, corrispondente all’attuale Porto Vecchio, comincia ad essere frequentato dai Fenici e dai Greci già otto secoli prima di Cristo; viene potenziato con la fondazione della colonia cartaginese verso il 350 A.C. ed è ulteriormente ingrandito sotto la dominazione romana quando Olbia contava almeno 5000 abitanti. La città era dotata di grandi opere pubbliche come l’acquedotto che approvvigionava le Terme;
un altro luogo d’incontro era il Foro, l’attuale Piazza Regina Margherita. Il centro urbano si arricchì progressivamente di magazzini, dimore signorili e templi. La prosperità di Olbia, ben strutturata ed inserita nella storia del suo tempo, collegata attraverso le vie consolari ai maggiori centri dell’ Isola, ruotava intorno al suo porto che, oltre ad essere il principale punto d’imbarco del grano sardo destinato a Roma, era molto importante come base militare e commerciale, al centro di una rete di traffici con l’Africa, la Spagna e la costa tirrenica della Penisola. Le ultime scoperte attestano che vi è stato un ininterrotto utilizzo del Porto di Olbia tra l’età romana e il Medioevo, a conferma di una continuità di vita nella città. Olbia con il nome di Civita, capitale del Giudicato di Gallura, ha un certo ruolo nei traffici marittimi grazie all’alleanza con la Repubblica di Pisa. Testimonianze dell’epoca: la bellissima Chiesa romanica di San Simplicio e il Castello di Pedres a controllo del territorio circostante la città. Al golfo interno facevano ancora capo traffici commerciali di qualche importanza, cosa che imponeva la presenza di un piccolo nucleo abitato alle spalle del porto, almeno per difenderlo.
Sin dagli inizi del Trecento, Civita cambiò nome assumendo quello di Terranova, per iniziativa dei Giudici pisani i quali ricostruirono la città e il suo porto. Dopo le pestilenze e le guerre del Trecento e del Quattrocento che portarono alla conquista spagnola dell’Isola, anche il Cinquecento fu un secolo di crisi profonda, segnato dalle frequenti scorrerie con saccheggi e distruzioni operate dai corsari sulle coste. La situazione cominciò a migliorare lentamente, ma costantemente, a partire dal 1718, anno in cui, col Trattato di Londra, la Sardegna passò ai Savoia e la Gallura fu reinserita nel circuito degli scambi tra la Corsica, la Francia del sud e Genova. La ripresa divenne definitiva con la riunificazione del Regno d’Italia e lo spostamento della capitale a Roma, nel 1870, che portò al rilancio del porto di Terranova, il più vicino alle coste laziali. A partire dagli Anni Venti, grazie alla ripresa dei collegamenti portuali, si entra in una fase di sviluppo economico strettamente connesso ai trasporti ed al commercio. Nel 1939 la città riacquista il suo antico nome: Olbia e la sua rinascita ruota, ancora una volta, intorno al porto e ai commerci di formaggi, bestiame, pesci, cereali, carciofi, sughero e talco grezzo.
Funzionano a pieno ritmo numerosi caseifici mentre la mitilicoltura è una delle attività più importanti per l’economia locale. Olbia diventa polo di attrazione per consistenti flussi di immigrati da altre zone della Sardegna e anche dalla penisola. Durante la guerra i collegamenti navali vennero interrotti e la Sardegna fu saltuariamente collegata al Continente con idrovolanti. Olbia subì i gravi bombardamenti degli anglo-americani; il suo porto, diventato ormai il più importante scalo della Sardegna dopo Cagliari, appariva quasi interamente distrutto. Nel dopoguerra, si lavorò intensamente alla ricostruzione per riprendere il cammino di sviluppo brutalmente interrotto dagli eventi bellici. Tra la fine degli Anni Quaranta e i primi Anni Sessanta, ad Olbia, vennero realizzate importanti opere pubbliche; una forte crescita era evidente anche nell’edilizia privata e nel comparto agricolo. Il traffico portuale e le attività indotte aumentarono ulteriormente, così come la popolazione residente.
|
|