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Olbia cartaginese affiora in via Regina Elena
Il sottosuolo di Olbia ha regalato un altro dei suoi tesori, in via Regina Elena. Ancora una volta, i lavori in corso per la riqualificazione del centro storico hanno restituito un prezioso tassello per ricostruire l'urbanistica e la storia demografica e sociale dell'Olbia punica e romana. Gli archeologi della Soprintendenza, guidati da Rubens D’Oriano e dalla direttrice di scavo Giovanna Pietra, hanno riportato alla luce resti di case e botteghe artigiane costruite tutte nella fase cartaginese della città antica durante la seconda metà del IV sec. a. C.
Si tratta di parti di due isolati, separati da uno spazio aperto, forse una strada o una piazzetta; quello più a valle era destinato alla lavorazione del ferro mentre nell’altro erano ubicate le abitazioni.
Rubens D’Oriano, durante la conferenza stampa convocata sul luogo del rinvenimento, ha spiegato che “l’isolato artigianale fu abbandonato tra la fine del III e il II sec. a. C. e quello abitativo nella prima metà del I sec. a. C” . D’Oriano ha precisato che “tale situazione non è affatto inedita; casi del tutto analoghi si sono registrati in passato nello scavo di via Nanni, dell'ex‑Mercato e in altri. Questo di via Regina Elena è però particolarmente eclatante per la ampiezza dell'area indagata e per la grande chiarezza dei dati”. La scoperta documenta un momento storico importante e cruciale per la vita dell’antica comunità locale. Dopo la conquista di Olbia nel 238 a. C., Roma si limita, per i primi 150 anni circa e cioè fino alla prima metà del I sec. d. C., a tenere sotto il proprio controllo la città che era e resta punica nel suo tessuto urbano, culturale e socio-economico.
La svolta avviene quando i dominatori Romani decretano l'abbandono della fascia più occidentale della città (della quale faceva parte anche l'attuale via Regina Elena), concentrando, da allora in poi, gli interventi di edilizia pubblica e privata verso il mare e il porto. E' probabile che gli abitanti ancora di estrazione punica della porzione abbandonata siano stati trasferiti altrove. Sfuggono ancora le motivazioni profonde di tale politica sociale, urbanistica ed economica. Con l'avanzare delle trasformazioni apportate da Roma non si esclude siano cessate alcune manifatture urbane, come la lavorazione del ferro testimoniata in questo scavo, e che, alla manodopera così eccedente, sia stato trovato nuovo impiego altrove. Spettacolare il ritrovamento di porzioni di anfore ancora infisse nel terreno, usate come deposito di alimenti, e soprattutto, di 3 bruciaprofumi in terracotta raffiguranti la dea Demetra, forse lasciati sottoterra quale ultimo atto di chi, abbandonando a malincuore la propria casa, l’avesse affidata alla protezione della Grande Dea Madre.
Rubens D’Oriano ha precisato che i lavori delle reti e di rifacimento della pavimentazione di via Regina Elena proseguiranno salvaguardando i resti rinvenuti. Cittadini e turisti che, in questi giorni, si affacciano dalle trincee per ammirare le antiche vestigia, auspicano che queste possano restare visibili. Secondo gli archeologi, questa ipotesi è realizzabile “ma comporterebbe un impegno costante, quasi quotidiano, per la pulizia e la manutenzione dell'area archeologica”. D’Oriano ha ribadito che “a poche decine di centimetri sotto l'abitato moderno la città antica c'è tutta. Nel clamoroso caso di via Regina Elena, le dimensioni dell’area riportata alla luce consentono a chiunque di rendersene conto con chiarezza estrema. Invece, in altri cantieri, la limitatezza degli scavi può dare al passante la falsa idea che si tratti di ritrovamenti sporadici e non, come è in realtà, di piccole porzioni di un tessuto abitativo compatto e continuo come quello di ogni città antica e moderna.
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