| Il Sindaco | La Giunta | Il Consiglio | Le Commissioni | Regolamento | Statuto | INCittà | Home|

 
Gavino Ledda, alchimista della parola e cantore a Porto Cervo

 

Rabdomante e alchimista della parola, questo e tanto altro ancora è Gavino Ledda festeggiato al Conference Center di Porto Cervo nel corso di una serata straordinaria. Il tributo per il trentennale di “Padre Padrone” è stato organizzato all'Associazione culturale italo-tedesca Acit di Olbia in collaborazione con Starwood. Lo scrittore di Siligo, presentato in modo incisivo ed efficace da Sergio Naitza, ha confermato la sua personalità eclettica e carismatica rivolta essenzialmente allo studio e alla sperimentazione. La sua scelta di vita, in simbiosi con la natura e i suoi ritmi, è stata sempre all'insegna della coerenza morale e della forza d'animo. Dopo il successo mondiale di “Padre Padrone”, Gavino Ledda ha imboccato la strada più dura e aspra: quella della ricerca e della conoscenza. Preferisce farsi chiamare “Gaìnu de sos aghes” e sta perfezionando una lingua pluridimensionale, antichissima e allo stesso tempo innovativa.

Il “gainico” è lo scontro- incontro tra parole che ne rimandano ad altre in un colto miscuglio di sardo nuragico, italiano, latino e greco. Un esempio mirabile di questa nuova concezione della parola che si fa poesia ed incantamento, è arrivato da “ E Quercus e Suber”, brano letto ed interpretato da Cristina Ricci e Tino Scugugia. Un'ulteriore, inedita dimostrazione è stata regalata al pubblico dallo stesso Gavino Ledda che, accompagnato dal coro Lachesos di Mores, ha cantato “Estemporanea aedica” . Sergio Naitza, dopo aver sottolineato la valenza universale di “Padre Padrone” , ha spiegato il percorso intrapreso dall'autore negli ultimi trent'anni. Il romanzo che nel 1975 vinse il premio Viareggio è stato tradotto in tantissime lingue e i fratelli Taviani ne hanno fatto un film. Due anni dopo Gavino Ledda ha pubblicato “Lingua di falce”; seguiranno “Aurum tellus” nel 1992 e “I cimenti dell'agnello” nel 1995. Ma la sua fama di scrittore rimane ancora oggi legata al primo romanzo che rivedrà la luce, questa volta in sardo, come ha ribadito lo stesso Ledda.

Il nuovo “Padre Padrone”, secondo “Gaìnu de sos aghes” segnerà anche la nascita di una limba sarda totalmente affrancata dalle contaminazioni spagnole e italiane. Intanto, a Porto Cervo, ha dimostrato come sia fattibile e godibile lo scardinamento del linguaggio convenzionale con vocaboli ottenuti attraverso un lavorio di fusione che porta ad un rinnovamento in senso globale. Ogni parola, ogni elemento viene congiunto ad un altro e l'uomo sembra unirsi con la natura e l'infinito in un linguaggio panteistico, musicale e pluridimensionale. Per Gavino Ledda “un popolo che perde la sua lingua è un popolo che non sa più come si chiama”, ma lui, a 67 anni, ancora non pone limiti alla conoscenza e, utilizzando un neologismo spiega: “Artificare. Mi piace questa parola. Artificare fa parte della nostra anima: per farlo dobbiamo andare oltre Aristotele, capire che la lingua non è convenzione. È il segreto che contiene l”anima delle cose. Questa cosa della lingua era dentro di me da quando leggevo Omero. Sentivo d'istinto che era un fluire continuo. Una musica capace di abbattere qualsiasi barriera. Poi a scuola mi spiegarono che esistevano le parti del discorso, che dovevo fare a pezzi la lingua… Con l'italiano lasciai perdere, ma col sardo mi ribellai… Io parlo, penso e sogno in sardo: “Padre Padrone” lo tradussi mentalmente dal sardo, per me quel libro è solo una traduzione… Tutte le parole del dolore, della gioia, dell'amore, dell'astuzia, della pazienza, sono state concepite in sardo. Per questo io dico che quel libro sarà scritto davvero solo quando sarà uscito nella sua vera lingua, con traduzione a fronte”.